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Fermarsi in tempo è sempre possibile.

 

Dal sito di cammina nel sole

Quasi sempre, accade quando stiamo male. Non nel senso comune del termine. Non serve infatti arrivare alla malattia nel fisico, capita prima, quando stiamo male dentro, perché vediamo che la nostra vita avanza su binari che ci portano lontano da ciò che realmente desideriamo, e ci rendiamo conto che ciò si ripete con la metodicità di uno schema sempre uguale a se stesso, in un modo perverso e doloroso.

Sembra accadere improvvisamente. Ed è strano perché prima, magari per anni, abbiamo applicato lo stesso canone di comportamento e ottenuto il medesimo risultato fallimentare, senza che ciò ci pesasse, poi arriva il momento in cui vediamo, in una specie di flash e con precisione di dettagli, gli schemi che seguiamo, ci rendiamo conto di attirarci le stesse situazioni e gli identici personaggi con il loro logoro copione: quello è il momento di chiedersi se sia proprio necessario procedere così o valga la pena di modificare qualcosa.

Un padre-padrone che non riconosce la nostra autonomia, un professore ingiusto che ci penalizza, un capo che ci vessa ed esercita l’autorità in modo parziale; quando questo accade con sistematica prevedibilità, forse c’è qualcosa che va abbandonato. Magari la convinzione profonda da cambiare è che l’autorità non mi ama.

Oppure, pur desiderando un rapporto affettivo costruttivo e nutriente, pieno di allegria e di voglia di fare e di condividere, conquistiamo sempre e solo lo stesso tipo di partner, scostante, anaffettivo e poco presente. Forse, anche in questo caso, c’è qualcosa da abbandonare, come l’idea di non meritare di essere amati.

Se ci crogioliamo nel vittimismo di un senso di colpa che ci allontana da qualsiasi intimità profonda, sentendoci colpevoli e indegni, pur non avendo fatto nulla che giustifichi questa percezione, forse c’è qualcosa che dobbiamo trasformare. O, ancora, se abbiamo bisogno di un ruolo sociale per definirci, per sapere chi siamo, invece di essere semplicemente noi stessi, forse c’è qualcosa da lasciare andare, come l’idea che se sono qualcuno mi vedranno e mi ameranno.

Non importa quale sia la decisione che ha generato il blocco, o da quanto tempo l’abbiamo presa, l’importante è fermarsi, ascoltarsi e decidere di revocarla. Ne va della qualità della nostra vita.

Morire al vecchio per far posto al nuovo

«Gli esseri umani non nascono sempre il giorno in cui le loro madri li danno alla luce, ma la vita li costringe molte volte a partorirsi da sé », dice Gabriel Garcia Màrquez.

Nelle tradizioni esoteriche chi intraprende il cammino della consapevolezza deve compiere un primo, ineluttabile passo che è il morire al vecchio per poter rinascere al nuovo. Per evolvere come anima, che è il motivo per il quale ci incarniamo, dobbiamo rinascere in senso spirituale, sgravandoci dei fardelli che ci impediscono di procedere.

Spesso questo passaggio si concretizza in un rito o in una pratica meditativa ma, qualsiasi sia l’approccio usato, è necessario acquisire la consapevolezza che ci permetterà di attuarlo. Sperimentando la morte di una parte di noi, quella vecchia che non esiste più e che continuavamo testardamente a trascinarci dietro, potremmo essere nuovi, vedremo il mondo con gli occhi stupefatti di un bambino.

Dobbiamo tramontare per vedere l’alba di un nuovo giorno e, perché no, di una nuova vita.

Non sempre è facile. Nella nostra cultura, trascinati dal vissuto quotidiano in cui siamo immersi, i termini morte e morire sono associati a significati definitivi di conclusione e di perdita e, quindi, alla irrimediabile scomparsa di qualcosa. C’è, quindi, un’implicita connotazione negativa nell’esperienza della morte: in essa percepiamo che perderemo qualcosa che non potremo avere mai più.

Questo punto di vista nasce dalla visione lineare dell’esistenza, propria dell’Occidente, basata sul presupposto che essa abbia un inizio e una fine precisi, lungo una linea retta, appunto. In Oriente, invece, la vita è circolarità, la fine di un evento è la necessaria premessa per l’inizio di una fase nuova. In quest’ottica, dunque, ogni morte è vivifica, perché permette di rinascere verso una condizione differente e migliore, un nuovo giro verso l’evoluzione della nostra consapevolezza e della nostra anima.

Non è necessario seguire le filosofie orientali: qualunque sia il nostro credo, penso che ciò che ci fa vivere meglio sia degno di essere preso in considerazione. Nell’ambito di un percorso evolutivo e spirituale bisogna essere consapevoli che il morire è indispensabile al vivere pienamente! Mettere in discussione vecchie idee, abitudini superate e pesanti, convinzioni profonde ma limitanti ci permette di modificarci e attualizzarci nel presente; quindi, non solo è un passaggio utile, è indispensabile!

Del resto, se continuiamo a nutrirci degli stessi pensieri, ad alimentare le stesse credenze o i medesimi rancori, assumendo comportamenti sempre uguali, è certo che l’equazione della nostra vita non solo non cambierà, ma diventerà sempre più faticosa, poiché l’energia bloccata genererà altri muri, che a loro volta attireranno eventi la cui natura è bloccata.

Quante volte continuiamo a fare le stesse cose, aspettandoci un risultato diverso e ritrovandoci con la stessa sofferenza di sempre? Bene, forse è tempo di cambiare.

Vivere il momento

Il principio del lasciare andare sembra così ovvio, se letto sulla pagina di un libro, ma nella vita di tutti i giorni non è poi così scontato. Basta osservare quante persone – noi stessi per primi? – impiegano anni a lasciare andare gli esiti di una relazione finita male, o a elaborare un lutto o un fallimento.

Dobbiamo essere onesti con noi stessi, senza ignorare la resistenza a cambiare che ci portiamo appresso. Nella nostra vita, peraltro, la riluttanza a lasciare andare non è l’unica forma di trasformazione che genera ostacoli e resistenze. Muoversi da solide certezze verso zone inesplorate spaventa sempre. Per raggiungere un luogo sconosciuto, sia fisico che interiore, dobbiamo intraprendere vie nuove e mai percorse; analogamente, per raggiungere il livello di consapevolezza e benessere auspicato, bisogna scegliere nuove convinzioni e comportamenti mai sperimentati prima. E tutto questo ci può apparire minaccioso o, quantomeno, scomodo.

In genere, quindi, conserviamo gelosamente tutto ciò che fa parte del passato, anche le ferite più profonde, quelle che ci hanno fatto veramente male, pur di rimanere sulla via già tracciata. Il processo di rinnovamento che intraprenderemo, dunque, potrebbe riguardare aree molto sensibili e può definirsi un’impresa piuttosto impegnativa.

Non a caso, la condizione di transizione da un vecchio schema di vita a uno nuovo – in cui si inserisce a pieno diritto il lasciare andare – si definisce crisi (dal greco krisis, «scelta, decisione», e dal verbo krino, «distinguere, giudicare»). Dobbiamo mettere in conto che in questa fase crolleranno delle certezze e, fintante che non ne avremo costruite di nuove, sarà probabile che le nostre fondamenta vacillino, generando in noi uno stato di ansia apparentemente incomprensibile.

Le resistenze possono essere tante, perché in questo campo siamo molto creativi, ricordiamoci però che siamo noi, e soltanto noi, a decidere cosa pensare, e siamo sempre noi a interpretare le sollecitazioni dell’ambiente che ci circonda. Se vogliamo che qualcosa muti, dobbiamo cambiare il nostro modo di pensare e il nostro modo di essere, assumendoci la responsabilità dei nostri pensieri e delle nostre azioni e di ciò che ne risulta.

Non si tratta di una gara, non dobbiamo arrivare primi, né serve snaturarsi, diventando qualcosa che non siamo: stiamo solo tornando a casa, ricominciando a essere pienamente noi stessi. Il cambiamento è lo strumento che ci consente di tornare a essere il miracolo che siamo, a manifestare tutti i nostri infiniti talenti e capacità, senza disperderci in inutili sprechi.

Per farlo, cominciamo a vedere sempre le cose da un altro punto di vista, quello energetico. Qualsiasi cosa.

In questo viaggio è molto importante cercare di restare il più possibile centrati, accettando e favorendo questa crisi di cambiamento che ci porterà verso il nuovo, monitorandola, assecondandola e guidandola fino a uscirne rafforzati e diversi. Se rifiutiamo di affrontarla, la tensione aumenterà e si prolungherà nel tempo il senso di precarietà e di disagio.

Occorre un ascolto più attento della nostra comunicazione interna, e ciò significa osservare le nostre percezioni, analizzando le convinzioni che ci muovono e ascoltando le definizioni con cui descriviamo noi stessi e la realtà che ci circonda. Quando ci accorgiamo che alcune di queste idee ci frenano, poiché proviamo una specie di attaccamento per esse, ricordiamoci che la scelta è obbligata: dobbiamo cambiarle.

Accettiamo di essere i creatori della nostra vita riconoscendo il potere di realizzarla al meglio per noi. E, soprattutto, facciamolo concretamente, perché la sola consapevolezza non basta, bisogna agire!

Non dimentichiamo poi che, nel processo di lasciare andare, avremo paura. In certi momenti ci sembrerà un cammino in salita, e dubiteremo di riuscire a percorrerlo. E se valga davvero la pena cambiare e intraprendere quel viaggio verso l’ignoto per affrontare un transito interiore il cui esito, prima di cominciare, è incerto. La risposta è semplice: la vita è movimento, dinamismo, evoluzione. Se vogliamo viverla fino in fondo, non possiamo rimanere in una situazione stagnante, che ci blocca, magari per anni. Perché, in questo stato, stiamo male e viviamo a metà.

Proviamo a pensare a questo scenario: immaginiamo che, crescendo, invece di affrancarci ed essere individui autonomi, rimanessimo agganciati alla volontà dei nostri genitori, eterni bambini che chiedono sempre il permesso di vivere; ciò che una volta è stato giusto, perché il loro amore guidava la nostra crescita, se non si evolvesse in un rapporto paritetico, a distanza di una trentina d’anni diventerebbe distorsione e dipendenza. La loro guida, diventata un giogo, ci renderebbe schiavi, o meglio, saremmo noi stessi a renderci tali.

Quando abbiamo l’intuizione, dunque, bisogna osare. E il momento è adesso, non domani, o tra un mese, ora.

Attuare il cambiamento e lasciare andare ciò che ci fa vivere male implica inevitabilmente di considerare il fattore tempo. Tutti noi, infatti, senza distinzioni, « frequentiamo » assai poco il momento che stiamo vivendo e abbiamo la tendenza a vivere nel passato, macerandoci in sentimenti di rabbia o di colpa, ipotizzando finali diversi a situazioni che sono morte e sepolte e che, per definizione, non si ripresenteranno mai più. Oppure viviamo in un futuro ipotetico, fantasmatico, in cui la paura e l’inadeguatezza la fanno da padrone, e di nuovo non ci rendiamo conto che quel tempo non esiste, non ancora, mentre le tensioni che provoca sono tristemente reali.

Se non viviamo nel giusto tempo non ci accorgiamo che l’esistenza ci scorre tra le dita, offuscata da vecchie ombre e frenata da vaghe proiezioni. Perdiamo di vista l’unico momento in cui il nostro potere di cambiare è inattaccabile e assoluto, il tempo presente. Perché è adesso che decidiamo come vogliamo che sia la nostra vita.

Quando vogliamo trasformare e lasciare andare ciò che ci fa star male, per prima cosa dobbiamo essere nel qui e ora. E il presente che ci permette di essere in contatto con la nostra verità, attimo per attimo, percependo le minime variazioni del nostro sentire e reagendo di conseguenza, per scegliere la cosa giusta nel momento in cui la stiamo vivendo. Il qui e ora è l’unico spazio-tempo in cui possiamo usare l’ascolto consapevole e nel quale siamo in grado, quando è necessario, di prestare la medesima attenzione agli altri, andando oltre la forma e vedendoli per ciò che sono.

Così facendo, le infinite possibilità in cui ci sembrava di perderci si ridurranno a una sola, il che ci consentirà di lasciare il passato nel passato e il futuro in un tempo che forse verrà. Potremo scegliere avendo le giuste informazioni e reagire a ciò che è – e non a quello che è stato o che sarà. E potremo farlo liberamente, senza continuare a trascinarci vecchi carichi che ci impediscono di progredire.

Vedere il superfluo e liberarsene

Alleggerirci significa renderci conto di quanto ci sia d’inessenziale nella nostra vita, e liberarcene. Solo così potremo eliminare ciò che ora non ci appartiene più, lasciandolo nel passato, e vivere in libertà.

Come ho già detto, non sempre è facile. Come nel caso di Giovanna, una donna colta e sensibile che avrebbe tutti gli strumenti per «fare pulizia» nella sua esistenza, se solo decidesse di compiere il primo passo. Pur avendo sviluppato una grande attenzione alle dinamiche che la caratterizzano e al suo sentire, Giovanna è carente nella fase attiva. Come sempre, oltre ad avere consapevolezza, bisogna agire.

Sono in un periodo «molto affollato», sia di oggetti che di attaccamenti, e la lotta per non restare soffocata dall’accumulo è strenua, ma con risultati scarsi. Ho comprato due librerie e sei nuove sedie per sostituire dei vecchi mobili, ma mi sono accorta che l’attaccamento alle vecchie sedie è tale per cui finora ne ho eliminata soltanto una su sei.

Da tempo sono alle prese con il bisogno di eliminare una quantità di cose per avere più spazio in casa, più energia liberata e vuoto, e ho osservato diverse cause concorrenti che mi rendono così difficile liberarmi delle cose. Cerco di identificarle, benché siano tutte interconnesse:

  1. Il «non si sa mai, potrebbe servire»;
  2. L’orrore per lo spreco;
  3. L’identificazione con oggetti e luoghi;
  4. La «memoria».

Un’analisi molto puntuale, quella di Giovanna, che tuttavia nasconde una serie di tensioni profonde. La più evidente è la paura, che si manifesta sotto forma di una percezione di carenza che sembra attraversare le sue parole.

L’indicazione dell’orrore per lo spreco segnala l’aspettativa che la vita possa essere segnata da scarsità, e non solo di oggetti materiali, e il famigerato potrebbe sempre servire diventa il talismano universale che la protegge, come se l’accumulare cose potesse metterla al riparo da ogni eventualità negativa. Ci si attacca alle cose per paura di perderle, e non solo a quelle, bensì a tutto ciò che ci fa sentire al sicuro, come gli affetti che le cose rappresentano.

Purtroppo l’analisi precisa non risolve il problema. Gli ultimi due aspetti indicati da Giovanna, l’identificazione con oggetti e luoghi e la memoria, sono particolarmente interessanti. La sua testimonianza continua così.

A proposito d’identificazione, ricordo un episodio della mia prima infanzia. Avevo forse tre o quattro anni e abitavo in una grande casa di campagna assieme ai miei genitori e alla famiglia dei miei nonni materni, unica bambina circondata da zie e zii giovani, e dalle sartine adolescenti che venivano a imparare il mestiere lavorando con mia madre, che era sarta. Passavo molto tempo nella stanza in cui mia madre lavorava, ora disegnando, ora cucendo vestiti per le bambole.

Un giorno, entrando in quella stanza, dopo aver giocato in cortile, trovai che alcuni mobili erano stati spostati per organizzare lo spazio in modo diverso. Ricordo ancora il colpo al plesso solare e l’angoscia che mi afferrò alla gola, un senso di fredda estraneità mi fece sentire persa, come mutilata nell’anima, manco fossero passati gli Unni a distruggere la mia casa e la mia famiglia. Scoppiai in un pianto disperato. Mia madre mi prese in braccio cercando di capire cosa mi stesse succedendo: con la voce rotta, tra i singulti, manifestai il mio orrore per lo scempio del mio mondo.

Era stupita, e la sentii allegramente decantare i meriti del cambiamento intervenuto. Il suo buonumore mi tranquillizzò – in fondo era lei il mio riferimento più importante – e potei passare oltre, ma la mia impressione restò. Solo con il passare del tempo mi abituai al nuovo «panorama di arredamento ».

Ecco, ancora oggi ho a che fare con questa « configurazione emotiva » che, sotto gli strati di buonsenso accumulati in una vita, e gli espedienti escogitati negli anni per tenerla tranquilla, resta intatta e per così dire all’erta.

Il terrore del cambiamento può manifestarsi assai presto e si concretizza nel timore che, modificando qualcosa nello status quo, possano venire a mancare le certezze degli affetti, dei riferimenti, persino le sicurezze che ci permettono di camminare nella vita. Peccato però che la vita sia dinamismo ed eterno divenire, e che nulla rimanga statico e immutabile. Prima ci arrendiamo al cambiamento, dunque, prima cavalcheremo l’onda della vita.

Per Giovanna, quel tempo non è ancora giunto.

Tornando alle mie vecchie sedie, le amo troppo per separarmene in questo momento, sono troppo parte di me e io di loro. Oltre a ciò, improvvisamente le trovo belle, comode – come le altre non sono – e persino quei segni di invecchiamento, che mi avevano fatto decidere di cambiarle, mi paiono irrilevanti.

L’importante è che, pur mantenendo le vecchie « sedie » nella sua vita, Giovanna non debba « uscire di casa » perché, a furia di conservare, non resti spazio a sufficienza per lei, per essere se stessa. Noi tutti sprechiamo un sacco di energia per mantenere disperatamente ciò che ci sembra una fonte di rassicurazione, non rendendoci conto che la vita non è un mausoleo, ma un caleidoscopio cangiante in continua trasformazione. Sbarazzarci del superfluo, dunque, è il primo passo.

Imparare l’arte di lasciare andare

Essere pronti a lasciare andare la zavorra che ci grava d’inutile peso non significa rinunciare al nostro bagaglio di esperienze, quelle che hanno caratterizzato il nostro passato e hanno modellato il nostro presente, facendo di noi quello che siamo. Non vuol dire nemmeno abdicare ai nostri sogni e a tutto ciò che abita il nostro futuro. Significa abbandonare l’inessenziale, l’inutile e il dannoso.

Come raggiungere la misura giusta? Per la verità, non credo esista una formula magica che valga per tutti: ognuno di noi ha la propria sensibilità, il proprio vissuto con cui fare i conti.

Credo tuttavia che, attraverso una maggiore consapevolezza delle dinamiche che ci portano a trattenere invece che lasciare andare, a conservare invece di aspettarci che la vita ci porti sempre cose nuove e migliori, potremo individuare il nostro modo personale e unico di lasciare andare.