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Il LAMPONE

Il Lampone (Rubus idaeus L.) è un arbusto appartenente alla famiglia delle Rosaceae, originario dell’Europa e di alcune zone dell’Asia. Il suo nome scientifico significa “rovo del monte Ida” perché secondo la mitologia greca i frutti venivano raccolti sull’isola di Creta, su cui sorge appunto il monte Ida, da Afrodite, dea dell’amore. Notizie di coltivazioni sono state trovate negli scritti di Palladio del IV secolo, e le sementi sono state scoperte nei resti delle fortificazioni romane in Gran Bretagna. Pertanto, si pensa che i Romani ne abbiano diffuso la coltivazione in tutta Europa[1],[3]. Nell’Europa medievale,le bacche selvatiche del Rubus idaeus venivano utilizzate per scopi medicinali e i loro succhi per dipinti e manoscritti. Oggi ci godiamo questi frutti come prelibatezze della natura da consumare sia come tali sia come ingredienti in molti piatti, salse, insalate e bevande.

I lamponi rossi contribuiscono al valore nutrizionale di una dieta. Sono tra le fonti alimentari più ricche di fibra, fornendone 6,5 g/100 g di peso fresco. Inoltre contengono Vitamina C, Magnesio e una varietà di altri nutrienti, come Potassio, Vitamina K, Calcio e Ferro. Oltre a ciò, sia nel frutto che nelle foglie di Rubus idaeus, troviamo componenti fitochimici con attività biologica documentata, molti dei quali inizialmente sono stati indagati per le loro proprietà antiossidanti in vitro. Alcuni di questi composti vengono ora riconosciuti per la capacità di influenzare le vie di segnalazione cellulare che influenzano i recettori, i trasportatori, l’espressione genica e altri eventi cellulari. Il pacchetto di nutrienti e componenti bioattivi forniti dal Rubus idaeus ne suggerisce un importante ruolo protettivo nella salute umana.

Per secoli, le foglie di Lampone sono state tradizionalmente utilizzate per curare vari disturbi di salute e indurre il travaglio durante la gravidanza[4]. Dal 1983, sono state incluse nella Farmacopea britannica nel 2012 l’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) ha pubblicato una monografia sulle foglie di Rubus idaeus.. Tuttavia, il contributo più notevole per la salute dell’uomo pare essere attribuibile alle loro proprietà antiossidanti. Contengono infatti polifenoli come flavonoidi e tannini; tra questi ultimi, che nella foglia secca raggiungono concentrazioni dal 2,5% al 6,9% (p/p), i composti principali sono gli acidi ellagici, che hanno dimostrato capacità di neutralizzare i composti cancerogeni e persino di contribuire all’autodistruzione delle cellule tumorali.
Ulteriori ellagitannini identificati in queste foglie sono i dimeri sanguiina H-6 e H-10, e i trimeri lambertianina D e lambertianina C, nonché il metil gallato. Il secondo gruppo più abbondante nelle foglie di Lampone è rappresentato dai flavonoidi. La quantità di flavonoidi nelle foglie di Rubus idaeus è significativamente superiore a quella dei frutti dove costituiscono invece solo una piccolissima frazione dei composti bioattivi. Troviamo poi piccolissime quantità di acidi fenolicidiversi dall’acido ellagico, tra cui principalmente caffeico e clorogenico, e terpenoidi, tra cui mono e sesquiterpeni, come terpinolene e 3-oxo-alfa-ionolo, nonché triterpeni, come alfa e β-amirina, squalene e cicloartenolo.

Le foglie di Lampone sono tradizionalmente usate in Europa per vari disturbi ginecologici, quali mestruazioni, travaglio e per disturbi del tratto gastrointestinale (diarrea). Altri usi tradizionali includono quello di gargarismo astringente e, meno spesso, per le condizioni croniche della pelle e per il trattamento della congiuntivite. La Monografia europea sulle foglie di Lampone ne ha approvato l’utilizzo come medicinale vegetale tradizionale per il sollievo sintomatico di spasmi minori associati alle mestruazioni, per il trattamento sintomatico di lievi infiammazioni di bocca e gola e per la diarrea.

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Sono usate come tonico uterino e tè per la gravidanza, in generale, da almeno due secoli. Anche se questa pianta è spesso erroneamente raccomandata per indurre il travaglio, il suo ruolo attuale è quello di aumentare il flusso di sangue verso l’utero e aiutare le fibre muscolari uterine in una contrazione più organizzata. Gli studi indicano che alcuni componenti della pianta, come la fragrarina, un alcaloide, agiscono direttamente sulla muscolatura liscia. Ricerche sugli animali mostrano dati contrastanti in termini di effetto delle foglie di Lampone sulla muscolatura uterina. Alcuni studi mostrano un effetto contrattile, mentre altri mostrano un effetto rilassante. Gli usi storici includono la prevenzione dell’aborto, la prevenzione della gravidanza post-termine[18]. Le foglie di Lampone, inoltre, erano probabilmente consumate come supporto nutrizionale perché, come abbiamo visto, la pianta contiene molte sostanze nutritive. Nel complesso, dalla letteratura scientifica disponibile, preparazioni a base di foglie di Lampone sembrano ridurre il rischio di gravidanze post-termine e sono sicure per l’uso generale. Uno studio randomizzato controllato condotto su 192 donne non ha mostrato effetti avversi per la madre o il bambino, evidenziando una seconda fase del travaglio più breve (una differenza media di 10 minuti) e uno scarso tasso di utilizzo del forcipe. Oltre a questi lavori in ambito prettamente ginecologico, numerosi studi testimoniano altre sorprendenti proprietà delle foglie di Rubus idaeus, tra cui soprattutto una spiccata attività antiossidante, più forte dei rispettivi estratti di foglie di more; la capacità antiossidante è dovuta principalmente al contenuto in antociani e ellagitannini che contribuiscono rispettivamente per circa il 25% e il 52% all’attività antiossidante totale[24]. Si ritiene che le antocianine del Lampone inibiscano l’attivazione del complesso NF-KB grazie all’effetto inibitorio sull’espressione di NOX 1 (NADPH ossidasi di tipo 1), enzima che svolge un ruolo cruciale nelle fasi precoci dello sviluppo dell’aterosclerosi e nel diabete mellito. Inoltre, su colture di cellule epiteliali di carcinoma laringeo umano, Hep2, le foglie di Lampone hanno dimostrato capacità di aumentare i livelli di Glutatione.
Forti evidenze suggeriscono per la pianta del Lampone attività chemiopreventiva e chemioterapica attraverso la modulazione di più bersagli molecolari. Il suo potenziale antitumorale è stato correlato, almeno in parte, proprio alla ricchezza in antociani antiossidanti: nella via intrinseca, il trattamento delle cellule cancerose con antociani si traduce in un aumento del potenziale di membrana mitocondriale, del rilascio del citocromo c e della modulazione delle proteine anti-apoptotiche caspasi-dipendenti. Nel percorso estrinseco, le antocianine modulano l’espressione dei fattori pro-apoptotici FAS e FASL (ligando FAS) nelle cellule tumorali con conseguente apoptosi. Numerosi lavori hanno studiato l’effetto delle antocianine nei trattamenti antitumorali, evidenziando che possono agire sulle funzioni cellulari di base legate allo sviluppo del cancro e inibire la crescita dei tumori inducendo l’arresto del ciclo cellulare e promuovendo l’apoptosi. In diversi lavori si è osservato che il Lampone influenza i fattori di rischio della malattia cardiovascolare agendo sia su quelli emergenti, quali stress ossidativo, infiammazione e funzione endoteliale, sia sui tradizionali, quali lipidi, lipoproteine e pressione sanguigna; l’acido ellagico, il principale prodotto di degradazione degli ellagitannini, sembra contribuire in maniera rilevante a questi effetti. Come ulteriore conferma, studi in vitro hanno evidenziato per l’estratto di foglie di Lampone attività antipiastriniche sul sangue intero, dove i neutrofili giocano un ruolo fondamentale nel mediare questo loro effetto. Nonostante infatti non ostacoli il metabolismo ossidativo dei neutrofili né influenzi l’espressione dei recettori per i neutrofili, l’estratto di foglie di Lampone si dimostra in grado di ridurre il livello di specie reattive dell’ossigeno prodotte dai neutrofili. Questi risultati, combinati con le già note interazioni dei composti polifenolici (molto presenti nelle foglie di Lampone) con la via purinergica dell’attivazione piastrinica, possono complessivamente spiegare gli effetti inibitori sull’aggregazione piastrinica.
Altro aspetto importante è quello relativo alla sua attività antidiabetica: numerosissime evidenze suggeriscono che componenti del fitocomplesso del Lampone hanno un effetto che potrebbe essere clinicamente rilevante nella prevenzione e/o nella gestione del diabete. Studi in vitro e dati su animali in vivo hanno dimostrato azioni antiossidanti, antinfiammatorie e insulino-sensibilizzanti nei tessuti chiave, in particolare nel tessuto adiposo. Queste attività hanno portato a una riduzione della glicemia e delle proteine glicate. Infine, i chetoni del Lampone hanno negli ultimi anni attirato l’attenzione per il loro potenziale antiobesogeno. L’interesse è stato sollecitato da una ricerca del 2005 condotta sui roditori che ha rilevato una riduzione dell’aumento di peso dopo 5 e 10 settimane di supplementazione con chetoni del Lampone (2% della dieta) in una concomitante dieta ricca di grass. Lo studio che, come indicato dagli autori, prendeva spunto dal riconoscere somiglianze strutturali con capsaicina e sinefrina, composti noti per esercitare azioni antiobesogene e alterare il metabolismo lipidico, ha evidenziato che la supplementazione con chetoni del Lampone ha prevenuto l’aumento del peso corporeo e dei livelli di tessuto adiposo epatico e viscerale (epididimo, retroperitoneale e mesenterico) indotto dalla dieta iperlipidica. Inoltre, il contenuto di triacilglicerolo epatico è stato ridotto, mentre la lipolisi indotta dalla noradrenalina è risultata significativamente aumentata nelle cellule adipose dell’epididimo di ratto portando gli autori a concludere che i chetoni del Lampone prevengano e migliorino obesità e steatosi epatica, alterando il metabolismo dei lipidi e in particolare aumentando la lipolisi indotta dalla noradrenalina negli adipociti bianchi. Lavori più recenti, condotti su adipociti (cellule 3T3-L1) hanno confermato gli effetti dei chetoni del Lampone sul metabolismo lipidico degli adipociti, incluso l’aumento della lipolisi, l’ossidazione degli acidi grassi e l’inibizione dell’accumulo di lipidi. A ciò si aggiunge, un lavoro del 2018 che ha dimostrato come la supplementazione concomitante di chetoni del Lampone con un regime dietetico a ridotto introito calorico moduli efficacemente i cambiamenti neurodegenerativi indotti dall’obesità e ritardi la progressione della malattia di Alzheimer. 

Pertanto, il fitocomplesso presente nell’estratto di foglie di Lampone, alla luce delle evidenze riportate in letteratura, rappresenta non solo un alleato della donna per i disturbi del ciclo mestruale e l’azione riequilibrante ormonale, ma, grazie all’attività antiossidante, antinfiammatoria e stabilizzante metabolica, riveste un importante ruolo di promozione della salute nel modulare il rischio di malattie croniche moderne, in particolare diabete mellito, obesità, malattie cardiovascolari e neurodegenerative, che condividono legami metabolici, ossidativi e infiammatori.

Utili associazioni sono con:
– EIE Olivo per l’azione antiossidante, ipotensiva e ipolipemizzante
– EIE Sati’ per l’attività ipoglicemizzante e di recupero della corretta sensibilità insulinica
– EIE Boswellia per le problematiche dismetaboliche, l’azione neuroprotettiva e la prevenzione
antitumorale
– EIE AgnocastoEIE Salvia e EIE Withania per la loro azione sinergica nei disturbi legati al periodo
del climaterio
– EIE Galanga per l’azione neuroprotettiva e la prevenzione antitumorale.

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Il Noce.

Il Noce (Juglans regia L.) è ritenuto uno dei più antichi alberi da frutto noti all’uomo, coltivato già nell’Età della Pietra (dal 9000 a.C. circa). Originario dell’Asia centro-orientale è oramai pianta cosmopolita, presente negli ambienti temperati di tutto il mondo, anche nell’Emisfero australe. In Italia è stato introdotto dagli antichi Greci intorno al IV secolo a.C. per i suoi frutti eduli, diffondendosi poi in tutta Europa con l’espandersi dell’Impero Romano, poiché considerato albero di grande valore, dal punto di vista sia economico-alimentare sia religioso.
Il termine Juglans deriva dalla contrazione dei due vocaboli latini Jovis e glans, ovvero ghianda di Giove. L’attributo specifico proviene dall’aggettivo latino regius-a-um (reale), per la prelibatezza dei frutti e la loro superiorità rispetto a quelli di altre specie.

La parte edibile del frutto, il gheriglio, comunemente chiamato noce, è usata nell’alimentazione umana fin dall’antichità, essendo apprezzata per le sue proprietà nutrizionali e di promozione della salute. Le noci sono infatti ricche di nutrienti grazie all’elevato contenuto di grassiproteinevitamine e minerali. Rappresentano anche una buona fonte di flavonoidisterolipectineacidi fenolici e polifenoli correlati. I contenuti nutrizionali differiscono da una cultivar all’altra, a seconda di genotipo, coltivatore, ecologia differente e terreno diverso. La noce contiene inoltre tutti gli amminoacidi essenziali richiesti per il fabbisogno di un essere umano adulto e presenta una composizione minerale ricca in particolare calciofosforopotassio e magnesio, elementi che giocano un ruolo importante come cofattori per molti enzimi.

La forma della noce assomiglia al cervello umano con emisfero destro e sinistro, cervello superiore e cervelletto inferiore; le pieghe sulla noce ricordano la corteccia cerebrale. Secondo la dottrina delle segnature, che ha visto in Paracelso uno dei suoi principali fautori, le noci sarebbero utili proprio per la salute del cervello. Sebbene questa visione, secondo la quale Dio abbia marcato qualsiasi cosa nel cosmo con un segno o una firma (segnatura) per renderne riconoscibile il potenziale di applicazione all’Uomo, possa ai più apparire alquanto eccentrica, in realtà essa trova conferma in numerosi ed attualissimi riscontri in letteratura medica. La noce contiene infatti numerosi composti neuroprotettivi come vitamina Eacido folicomelatoninaflavonoidiacido ellagicoacido ferulico e una quantità significativa di acido alfa-linolenico, acido grasso essenziale precursore di EPA e DHA. Nella medicina popolare di diverse culture, le foglie di Juglans regia vengono da sempre utilizzate, principalmente come decotto, per curare svariate malattie, tra le quali malaria,dolore reumatico,insufficienza venosa, infiammazioni orofaringee, forfora,diarrea, ipoglicemia, tubercolosi cutanea e blefarite marginale. Ulteriori effetti del decotto delle foglie sono descritti come antibatterici,antiviraliastringentiantielminticiregolatori della sudorazione ,cheratolitici sedativi. Le foglie sono inoltre tradizionalmente usate come rimedio domestico comune per il trattamento di eczemi cronici e localmente per trattare prurito del cuoio capelluto e forfora, scottature solari e ustioni superficiali, oltre a essere un ottimo emolliente nei problemi della pelle.
L’uso tradizionale dell’estratto di foglie di Juglans regia è stato confermato dalla moderna farmacologia attraverso numerosi studi; è infatti ben documentata la sua validità per i seguenti utilizzi:
– come agente antimicrobico contro i batteri responsabili delle infezioni del tratto gastrointestinale e respiratorio umano,
– come antiossidante ed epatoprotettore in grado di contrastare il danno epatocellulare indotto da diversi agenti tossici
– per l’azione antidiabetica, grazie all’organotropismo nei confronti del pancreas. L’estratto di foglie di noce si è dimostrato in grado di ridurre i livelli di glicemia e di HAB1c in soggetti diabetici, nei quali esercita anche una regolazione del profilo lipidico ed un’azione di protezione nei confronti della retinopatia diabetica.
principi attivi contenuti nelle foglie di noce sono molti e vari e rendono ragione di queste attività documentate in letteratura. Tra di essi troviamo infatti naftochinoni, come lo juglone, presente anche nel mallo, con comprovata azione antibatterica, antifungina e contro i parassiti intestinali, nonché antivirale, soprattutto nei confronti dell’Herpes virus. Inoltre, numerosi studi ne hanno dimostrato sia la potenziale attività antitumorale in vari modelli tumorali in vitro sia la significativa attività citotossica contro varie linee cellulari tumorali in vitro. L’attività citotossica dello juglone è principalmente attribuita all’induzione di specie reattive dell’ossigeno con conseguente omeostasi redox alterata nella cellula che causa la morte cellulare per apoptosi e necrosi. Inoltre, si ritiene che lo juglone inibisca l’enzima Pin1 (peptidil-prolil isomerasi), che si sa essere sovraespresso in molti tipi di cancro e che è stato ipotizzato come bersaglio di chemioterapici. Tra gli altri componenti troviamo tannini con un’azione marcatamente antibattericaoleoresine con azione antinfiammatoriaflavonoidi come la quercetina con azione antiossidante e di protezione delle mucosecomposti fenolici con proprietà ipocolesterolemizzanti ed antiossidanti, polisaccaridi attivi sul sistema immunitario, minerali, vitamina C e carotenoidi.
Tra i composti fenolici alcune molecole meritano particolare attenzione. L’acido caffeico e l’acido ferulicohanno dimostrato azione di inibizione della formazione di beta-amiloide, riduzione dello stress ossidativo e della risposta infiammatoria (accentuati nella malattia di Alzheimer)[51],[52]. L’acido ellagico e l’acido gallico svolgono un ruolo importante nell’alimentazione umana grazie alle loro innumerevoli proprietà biologiche, tra cui quelle antibattericheantiossidanti, antiepatotossiche, antiaterosclerotiche, antinfiammatorie, osteoblastiche e anti-HIV[. Negli ultimi anni inoltre l’acido ellagico ha destato interesse per via dell’attività anti-mutagena e anti-cancerogena; si è dimostrato in grado di ridurre la probabilità di comparsa e progressione di varie forme di cancro, di inibire la formazione degli addotti del DNA e potenziare l’azione degli enzimi che legano le sostanze cancerogene a molecole che ne favoriscono l’escrezione.

Infine, un aspetto estremamente interessante è quello relativo all’impatto di queste molecole sul microbiota intestinale. È stato infatti dimostrato che sia la noce sia acido gallico ed acido ellagico influenzano il microbioma intestinale, con conseguente promozione della salute mediante l’attivazione dell’escrezione degli acidi grassi a corta catena (Short Chain Fatty Acids) e della funzione immunitaria intestinale. Il microbiota intestinale è un fattore chiave nel mediare le funzioni fisiologiche dei polifenoli alimentari, i quali inibiscono selettivamente la crescita dei patogeni e stimolano la crescita di batteri commensali, agendo probabilmente come prebiotici ed influenzando così la composizione del microbiota[59],[60],[61].
Pertanto, data la ricchezza in principi attivi del fitocomplesso di foglie di Juglans regia, è ragionevole ritenere che gli effetti benefici siano basati su interazioni sinergiche, additive o antagoniste di molti composti presenti nella pianta. A conferma di ciò, i dati attualmente disponibili suggeriscono che gli estratti di Juglans regia possono mostrare effetti maggiori di un singolo costituente, implicando che combinazioni di costituenti del fitocomplesso possano essere molto importanti nell’attività biologica finale.

L’estratto di foglie di Noce può dunque essere consigliato come terapia “di terreno” per promuovere la salute intestinale, nella gestione del diabete di tipo 2 e per ridurne il rischio, per favorire un invecchiamento in salute e supportare una buona funzionalità cerebrale, per l’azione di prevenzione antitumorale.

Utili associazioni sono con:
• Mirtillo e Zenzero per l’attività antimicrobica e astringente a livello intestinale, soprattutto nelle forme di diarrea causata da modificazioni del microbiota intestinale
• PropoliZuccaArtemisiaGarofano e Mirra per una completa bonifica intestinale
• Finocchio e Mastice di Chios nelle forme di infiammazione gastrointestinale acuta o cronica associata a disbiosi, per l’attività riequilibrante del microbiota intestinale e antifermentativa
• Boswellia per le problematiche dismetaboliche, l’azione neuroprotettiva e la prevenzione antitumorale.

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Withania somnifera

elisir di giovinezza e longevità

La Withania somnifera è un piccolo arbusto sempreverde appartenente alla famiglia delle Solanaceae. Cresce nelle regioni aride subtropicali dell’India e si trova anche in Pakistan, Marocco, Congo, Egitto, Palestina, Sudafrica, Giordania e Afghanistan[1]. Usata come tonico generale per il potenziamento dell’energia, è una delle piante medicinali più importanti menzionate nelle opere antiche di medicina indiana. È riportata nel Charaka Samhita e nel Susruta Samhita, testi canonici della medicina ayurvedica, come erba “rasayana” (tonica) per la sua capacità di promuovere la salute fisica e mentale, difendere il corpo dalle malattie e dai fattori ambientali dannosi e rallentare il processo di invecchiamento[2]. È comunemente nota come Ashwagandha (dal sanscrito ashva che significa “cavallo” e gandha “odore”) sia per via dell’odore della sua radice, che ricorda, a seconda degli autori, quello delle urine o del sudore del cavallo, sia per la sua capacità rinvigorente.

È stata usata per oltre 3.000 anni per alleviare lo stress, aumentare i livelli di energia e migliorare la concentrazione. Nelle preparazioni ayurvediche si trovano diverse parti della pianta per trattare vari disturbi; le foglie hanno sapore amaro e vengono usate come antielmintiche, le foglie e i frutti schiacciati sono applicati localmente su rigonfiamenti ghiandolari, lesioni cutanee e ulcere. Tuttavia, le radici della pianta servono per preparare un tonico che promuove la longevità , rivitalizzando il corpo, arrestando il processo di invecchiamento e aumentando la difesa contro le malattie infettive. La somiglianza tra queste proprietà restitutive e quelle delle radici di ginseng è valsa alle radici di Ashwagandha il nome di ginseng indiano. Formulazioni ayurvediche contenenti Withania somnifera vengono inoltre prescritte come analgesico per una varietà di disturbi muscolo-scheletrici (artrite e reumatismi), in certe forme di ipertensione, come afrodisiache, per aumentare la conta spermatica, per prevenire le malattie negli atleti e negli anziani.

In termini di costituenti attivi, le radici e le parti aeree della Withania contengono livelli relativamente bassi di alcaloidi, tra cui tropina, nicotina, somniferina e withanina, tutti noti per il fatto di possedere attività farmacologiche. Tuttavia, gli effetti benefici degli estratti sono generalmente attribuiti alla presenza di alti livelli di withanolidi, un gruppo di 40 o più lattoni steroidei con lo scheletro dell’ergostano. Il più abbondante di questi è la withaferina A. La pianta sintetizza anche numerosi sitoindosidi, terpenoidi con scheletro tetraciclico come il cortisolo e contenenti una molecola di glucosio. Le ricerche condotte sui roditori hanno evidenziato che la somministrazione per via orale di estratti di Withania può aumentare i livelli di antiossidanti endogeni, ridurre l’infiammazione e i livelli di marker infiammatori, sostenere la risposta immunitaria e inibire la carcinogenesi. Questi effetti possono essere in gran parte attribuiti agli effetti molecolari dei withanolidi che includono interazioni multiformi con le vie di trasduzione del segnale cellulare e i fattori di trascrizione, tra cui l’NF-kB e le proteine da shock termico che interagiscono con i recettori per i glucocorticoidi. È anche da notare il fatto che tra le proprietà antistress della Withania vi sia una propensione alla modulazione benefica dei livelli e delle funzioni dei glucocorticoidi. Questa potente erba si è infatti dimostrata efficace nel ridurre i livelli di cortisolo e l’effetto immunosoppressivo dello stressIn uno studio su adulti cronicamente stressati, nei soggetti che hanno assunto Withania si sono osservate riduzioni significativamente maggiori dei livelli di cortisolo, addirittura del 30%, rispetto al gruppo di controllo.
I ricercatori ne hanno riportato la capacità di bloccare la via dello stress nel cervello dei ratti regolando la segnalazione chimica nel sistema nervoso. Numerosi trials controllati hanno dimostrato che può ridurre efficacemente la sintomatologia in soggetti con disturbi da stress e ansia. Alla base delle sue proprietà adattogene sembra esserci una inibizione dell’up-regulation dei recettori dopaminergici a livello del corpo striato indotta dallo stress. Esercita inoltre un’attività anticonvulsivante, probabilmente correlata ad una interazione con il sito per i barbiturici presente a livello del recettore per il GABA.

Ma i suoi innumerevoli benefici non si fermano qui. Diversi lavori evidenziano infatti che la Withania è in grado di mantenere in equilibrio gli ormoni tiroidei[28],[29],[30],[31] e di abbassare i livelli di zucchero nel sangue, confermandone l’attività ipoglicemizzante sia in soggetti sani che in pazienti diabetici[32],[33],[34]. Peraltro, con gli opportuni aggiustamenti posologici, la Withania potrebbe avere benefici come terapia aggiuntiva nel paziente diabetico di tipo 2: la metformina mentre da una parte allevia molti effetti del diabete, dall’altra potrebbe però ridurre i livelli circolanti di T4; la somministrazione concomitante di Withania migliora questi effetti avversi della metformina. Altri esempi di attività ormonali attribuibili alla pianta includono la modulazione degli ormoni sessuali. Diversi lavori ne riportano infatti potenti effetti sui livelli di testosterone e sulla salute riproduttiva. In uno di questi, condotto su 75 uomini sterili, il gruppo trattato con Withania ha mostrato un aumento del numero di spermatozoi e della motilità . Inoltre, il trattamento ha portato ad un significativo aumento dei livelli di testosterone[38]. I ricercatori hanno anche riferito che il gruppo Withania aveva aumentato i livelli di antiossidanti nel sangue. In un altro studio, gli uomini trattati con Withania per lo stress hanno sperimentato livelli più elevati di antiossidanti e una migliore qualità dello sperma. Dopo tre mesi di trattamento, il 14% delle partners di questi soggetti è rimasta incinta!

Oltre alle attività appena riportate in dettaglio, la letteratura ci riferisce che la Withania è in grado di:
– aumentare la massa muscolare, ridurre la massa grassa e incrementare la forza;
– aumentare l’attività dei natural killer e ridurre l’infiammazione;
– migliorare la salute cardiovascolare riducendo i livelli di colesterolo e
trigliceridi;
– migliorare la funzione cerebrale, la memoria, i tempi di reazione e la capacità di svolgere
compiti.

Una disamina completa delle attività di questa preziosa pianta richiederebbe spazio ben superiore a quello di una newsletter e pertanto sono stati volutamente tralasciati altri aspetti importanti, quali ad es. quelli relativi alla sua attività antineoplastica.

Come tutte le erbe adattogene, la Withania aiuta quindi l’organismo a mantenere l’omeostasi, migliorandone la capacità di reagire agli stress psicofisici con conseguente migliore rendimento fisico e mentale e preservazione di uno stato di benessere nel tempo. La Withania ha proprietà tonificanti ed energizzanti, ma risulta essere anche un antinfiammatorio, calmante e ansiolitico, con molteplici benefici sulla salute. Può trovare larga applicazione nella fatica surrenale, soprattutto quando ci sono problemi di ipotiroidismo, perché aiuta in entrambe le situazioni simultaneamente.

Ben si associa ad altre piante quali:
– Rhodiola e Uncaria per potenziare l’effetto tonico, adattogeno e di immunomodulazione
sull’organismo, ottimizzando le risposte allo stress psicofisico;
– Salvia e Lavanda per la loro azione coadiuvante nei disturbi tipici del periodo perimenopausale;
– Boswellia per l’azione antinfiammatoria e antidolorifica nelle patologie articolari, tendinee e
muscolo-legamentose.

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