Punica Granatum L.

Persona e benessere  images Punica Granatum L.Punica Granatum L. è un arbusto cespuglioso o piccolo albero, deciduo, alto fino a 6-7 metri, densamente ramificato, con rami spesso spinosi. Le radici sono nodose, consistenti e rossicce. Appartiene alla famiglia delle Punicaceae,  che comprende solo il genere Punica con distribuzione euroasiatica.
Il termine generico deriva dal latino “punicum” = cartaginese, in quanto i Romani pensavano che la pianta provenisse dal Nord Africa. Il termine granatum significa “ricco di grani“, in allusione alla presenza dei numerosi semi legnosi all’interno del frutto.
Le foglie sono opposte, lanceolato-obovate, talora arrotondate all’apice, coriacee, di colore verde brillante lucido. I fiori sono subsessili, solitari o riuniti in gruppi da 3 o 5, sono tubulari, con corolla di colore rosso-arancio e calice gamosepalo, imbutiforme, carnoso, verde-rossastro, formato da 5-8 segmenti, persistente nel frutto. Il frutto, detto balaustio, è una grossa bacca sferica con epicarpo coriaceo, mesocarpo spugnoso ed endocarpo sottile che riveste tutte le logge del frutto; esso è coronato dai resti del calice, di colore giallo-scuro fino all’arancio. Il balaustio internamente è suddiviso in numerosi loculi rivestiti da una membrana giallastra, contenenti numerosi semi poliedrici rivestiti da un arillo angoloso, trasparente e succoso che rappresenta la parte commestibile, di sapore dolce-acidulo.
Fiorisce tra la primavera e l’estate, nei mesi di giugno e luglio e fruttifica da ottobre a dicembre.
Sono note alcune varietà a fiori bianchi, screziati o doppi, nonchè una varietà ‘nana’, alta fino a 2 metri e coltivabile in vaso.
E’ una pianta piuttosto rustica, resiste bene all’alta temperatura e alla siccità, tollera il freddo, ma teme le gelate. Predilige esposizioni soleggiate e si adatta a qualsiasi tipo di terreno. La sola condizione richiesta quindi è la coltivazione in ambiente secco e ben drenato, con elevata insolazione.
Non esistono esigenze particolari di suolo, anche se, ovviamente, per produzioni fruttifere di rilievo è necessaria un’adeguata profondità del terreno, mentre irrigazioni di soccorso sono utili solo in caso di estrema siccità con suoli desertici o poco profondi.
La propagazione avviene per semina, ma in tal caso non sono assicurate le caratteristiche della pianta madre, quindi si moltiplica più frequentemente in primavera per talea o per margotta, con una certa difficoltà per innesto.

Il Melograno negli antichi testi di Botanica Medica
Il melograno è un frutto conosciuto e utilizzato  sin dall’antichità, al quale vengono attribuite molte leggende e tradizioni. E’ albero leggendario, sinonimo da millenni di fertilità per tutte le culture che si sono lasciate sedurre dai suoi frutti ricchi di semi. Nell’antica Roma si usava piantarlo accanto alla casa dei nuoi sposi. I pittori dei secoli XV e XVI mettevano spesso una melagrana nella mano di Gesù Bambino, alludendo alla nuova vita donataci da Cristo. Ancora oggi è di buon augurio mangiarlo la notte di  Capodanno come uva e lenticchie.
Nel corso della storia abbiamo diverse testimonianze che ci permettono di capire che il melograno era utilizzato sin dai tempi più antichi.
Opera di primaria importanza storica  fu quella scritta da Pietro Andrea Mattioli Commentarii in VI Libros Pedacii Dioscoridis Anazarbei de Medica materia, la cui prima edizione, senza figure, fu pubblicata a Venezia nel 1544. Iniziato prima del 1533, il libro ebbe almeno tredici edizioni. Il libro rappresenta il più noto testo botanico-farmaceutico del XVI secolo, nel quale il commento alla traduzione De materia medica  di Dioscoride Pedacio (summa delle nozioni di medicina naturale del tempo), era integrato con aneddoti e notizie legati alla tradizione popolare e con l’aggiunta della descrizione delle virtù medicinali di centinaia di nuove piante, una buona parte delle quali sconosciute in quanto importate dall’Oriente e dalle Americhe e altre descritte direttamente dal Mattioli. Egli riporta la descrizione della pianta del melograno, l’indicazione dei sinonimi, gli usi e le proprietà; queste informazioni sono contenute nel primo libro, capitolo 127, dell’opera di Dioscoride. Secondo Dioscoride i melograni si chiamano in più luoghi d’Italia granati, in quanto alcuni lo associavano ai molti grani presenti all’interno del frutto, mentre altri ritenevano di chiamarli granati dal regno di Granata, nel cui territorio la pianta del melograno era molto diffusa.
Vi erano tanti sinonimi del melograno: i greci lo chiamavano  P’oià, i latini Malum Punicum, gli arabi Kuman, gli spagnoli Granadas e i francesi Pomme de Granede. Secondo Dioscoride esistono tre specie differenti  di melograno: i dolci, i forti, i vinosi. I dolci erano utilizzati in quanto stomachici, ma controindicati in caso di febbri in quanto inducevano calore e flatulenza; i forti erano considerati più costrittivi  e diuretici; infine i vinosi avevano caratteristiche intermedie tra quelli dolci e quelli forti. Mattioli afferma che anche Plinio il Vecchio, nel 17° capitolo del 13° libro di Historia Naturalis, individua cinque specie di melograno: dolci, forti, misti, acetosi e vinosi. “Le grand Herbier en Francoys”, pubblicato in più edizioni sul primo Herbarius francese pubblicato da Pierre Metlinger, a Bensancon nel 1486-1488, contiene il capitolo della Mala Granata, o Punica granatum, della famiglia delle Lythracee. Il melograno è descritto come un piccolo albero originario del sud-ovest asatico, introdotto nel Mediterraneo nell’antichità.
Durante il Seicento, Ferrari Giovanni Battista nel suo Flora seu De florum cultura (1664), descrive, la Malus punica sylvestris (libro III pag. 371), il melograno selvatico. Linneo nella sua opera Species Plantarum …secundum systema sexuale digestas, 1887 classica il melograno al numero 980 nel genere Punica e li suddivide in Punica granatumPunica nana.Persona e benessere  FIORI-MELOGRANO-Copia-500x375 Punica Granatum L.

Diffusione degli Orti botanici in Sicilia e di Punica granatum L.
In Sicilia la diffusione degli Orti botanici durante il Seicento produce una serie di pubblicazioni dedicate agli Horti. Ricordiamo l’Hortus Messanensis di Pietro Castelli, medico e botanico romano chiamato a Messina nel 1634 per allestire un orto botanico. Oggi l?orto Botanico “Pietro Castelli” è un giardino a tema, fondato nel 1638 con il nome di Hortus simpliciumHortus Messinensis: dalla sua fondazione appartiene all’Università di Messina. Francesco Cupani con il suo Hortus catholicus (1696) si può considerare il primo vero illustratore della flora dell’Isola. Con il supporto  morale ed economico di Giuseppe del Bosco, principe della Cattolica, creò nel 1692 a Misilmeri un vero e proprio Orto botanico nel quale introdusse e coltivò sia piante esotiche che specie spontanee della flora siciliana.
L’erbario essiccato e custodito nel Dipartimento di Botanica di Catania fu probabilmente preparato dal Cupani a completamento dell’attività del suo Orto o a testimonianza delle specie ivi coltivate, anche se in esso sono presenti diverse alghe e animali marini. Gli esemplari sono raccolti in due volumi rilegati, senza alcun riferimento alla data di collezione. E’ particolarmente interessante notare come, già in periodo pre-lineano, alcune piante siano indicate con una nomenclatura binomia e non con una descrizione dei caratteri salienti come era in uso a quel tempo. Altrettanto singolare è l’indicazione, in alcuni casi, del nome dialettale della pianta. Alla voce Malus Punica, sono indicate varie specie con la corrispondente voce dialettale. La conoscenza della classificazione linneana rischiara l’opera di Padre Bernardino da Ucria (1739-1796) religioso dei riformati di S.Francesco. Egli raccoglieva le piante sulle Madonie, visitava l’Etna e altri luoghi della Sicilia, osservava le piante esotiche  e coltivate nell’orto di Palermo di cui era “DImostratore” sin dal 1786; disponendo di queste piante nel 1789 pubblicò l’Hortus Regius Panormitanus, in cui non solo vi era la semplice descrizione delle piante, ma anche quella delle proprietà terapeutiche.
Le piante sono classificate secondo il sistema linneano in 24 classi. Alla classe dodicesima Icosandria monogyna (tra 13 a 20 stami e un pistillo), è inserita al numero 278 il melograno, genere Punica. Nella descrizione cita la classificazione linneana, riporta le parti della pianta utilizzate nelle preparazioni e ne indica le proprietà astringenti, lassative, diuretiche e antielmintiche, oltre agli usi come gargarismi.
Ad Acireale Giuseppe Riggio (1758-1830), farmacista e botanico, titolare di una grande farmacia, ubicata in un palazzo nella Piazza del Mercato, che reca ancora oggi nella facciata due medaglioni con le effigi di Linneo e del chimico Luigi Brugnatelli, volle erigere un vero e proprio monumento delle piante amorevolmente coltivate nel suo orto botanico situato nei pressi della citàà, facendole ritrarre nel 1811 in oltre settecento fogli rilegati in quattro voluminosi tomi in folio. Le tavole (tra le quali vi è anche il melograno) rappresentano le piante che crescevano nel giardino di Acireale che non si configura come un giardino signorile, ma un vero e proprio orto botanico dove erano coltivate, per essere adoperate nella preparazione farmaceutica, l’una accanto alle altre, essenze nostrali ed esotiche, quasi sempre raffigurate fiorite o dotate di radici.
Tra gli studiosi siciliani, amante della botanica indigena, fu Carlo Gemellaro (1787) noto geologo e botanico, segretario generale dell’Accademia Gioenia di Scienze Naturali di Catania. Nel 1831 fu nominato professore di Storia Naturale presso l’Università di Catania, e poi di Geologia e Mineralogia.
Nell’opera Poche osservazioni sulla struttura del frutto del melarancio e del melograno (1850), descrive in modo dettagliato l’anatomia della struttura del melograno. Altra figura importante fu lo scrittore, professore, botanico siculo Francesco Tornabene (1813-1897). Insegnante di botanica presso l’Università di Catania, fu il fondatore dell’orto botanico catanese. Con la sua opera  Flora SiculaFlora Aetnea, raccolta e ordinata nell’orto botanico dell’Università di Catania, mira allo studio delle flore regionali e alla conoscenza delle specie e delle loro varietà. Tra le piante indigene si trova la descrizione in latino volgare di Punica granatum L.

Composizione fitochimica
I principi attivi di Punica granatum L. sono composti polifenolici quali rutina, antociani, acido gallico, catchina, epigallocatechina, acido ellagico e sali minerali. Tali composti hanno permesso di poter utilizzare la pianta Punica granatum L.  per il trattamento di diversi disturbi come infiammazione, diarrea, dissenteria, placca dentale e per combattere le infezioni intestinali e parassitarie.
Succo – La presenza di antociani, flavonoidi antiossidanti potenti, conferiscono al succo di melograno il suo colore brillante, che aumenta di intensità durante la maturazione ed evita un’alterazione dopo la spremitura. I minerali nel succo includono Fe, relativamente prevalente, e Ca, Ce, Cl, Co, Cr, Cs, Cu, K, Mg, Mn, Mo, Na, Rb, Sc, Se, Sn, Sr, e Zn.
Pericarpo – Sono presenti flavonoidi e tannini che sono più abbondanti nelle bucce dei frutti spontanei rispetto ai frutti coltivati.
Foglie – Sono presenti i tannini, inoltre contengono anche glicosidi tra cui l’apigenina e un flavone con attività progestinica e ansiolitica. Rispetto a elementi chimici l’azoto è alto in età media, K in giovane età, Ca e Fe in foglie vecchie. Nel mese di luglio e agosto nell’emisfero settentrionale, N e K sono entrambi bassi durante la fioritura e allegagione, N diminuisce durante la maturità, insieme con Mg, Fe e Zn.
Fiori – Contengono composti che si trovano anche nelle bucce (es. acido gallico) e le sementi (es. acido ursolico).
Radici e corteccia – Estratti preparati dalle parti più ruvide dell’albero  hanno anche potenti effetti fisiologici e una lunga storia medica.

Attività antiossidante
Per contrastare gli effetti dannosi dei radicali liberi nell’organismo umano è importante assumere sostanze ad azione antiossidante. Tra le sostanze di origine vegetale che esplicano un’attività antiosidante vi sono i frutti rossi.
questi alimenti di origine vegetale offrono una necessaria integrazione ai naturali sistemi di difesa cellulari endogeni. L’attività antiossidante del melograno è attribuita a vari composti: acido gallico, ellagico e punicalaginati. E’ stato dimostrato che l’attività antiossidante è direttamente proporzionale alla concentrazione dell’acido ellagico.
Il contenuto di acido ellagico in buccia e succo è rispettivamente di 10-50 mg/100 g e 1,2-38 mg/100 mL. L’azione antiossidante dell’acido ellagico è attribuibile sia alla sua capacità scavenger che alla sua capacità chelante (Ismail T. et al., 2012).
Studi in vitro hanno dimostrato che il succo di melograno e gli estratti dei semi hanno una capacità antiossidante da 2 a 3 volte maggiori del vino rosso e del tè verde (Jurenka J., 2008). Gli estratti di melograno, in particolare, hanno mostrato negli animali un aumento dell’azione scavenging e una riduzione della perossidazione lipidica e nelle persone anziane hanno indotto un aumento significativo dell’attività antiossidante plasmatica. In particolare, studi condotti su modelli animali hanno evidenziato che il trattamento con estratti di melograno induceva una riduzione del 19% dello stress ossidativo, del 42% della perossidazione lipidica e un aumento del 53% di glutatione ridotto: risultati che confermano l’attività antiossidante dell’estratto (Jurenka J., 2008).
Questi risultati sono stati, ulteriormente, confermati da studi in vivo che hanno dimostrato che il pretrattamento dei ratti con l’estratto di buccia di melograno riduceva il danno epatico indotto da CC14 in quanto questo estratto aumenta l’attività scavenger degli enzimi epatici quali catalasi, superossido dismutasi e perossidasi con conseguente riduzione pari al 54% della perossidazione lipidica.
L’attività antiossidante del melograno è stata anche evidenziata nel succo ottenuto dalla polpa del frutto; diversi autori hanno dimostrato che la somministrazione di 250 mL di succo, per 4 settimane a soggetti anziani sani induce un aumento dell’attività antiossidante nel plasma da 1,33 mmol a 1,46 mmol (Jurenka J., 2008).
Recenti ricerche (Rahimi H.R et al., 2011) hanno evidenziato che il succo di melograno induce anche:
– diminuzione dell’attività cancerogena.
– protezione della mucosa gastrica nei ratti da etanolo e aspirina.
– protezione del cervello neonatale del ratto ratto dall’ipossia.
– riduzione ossidazione epatica.
– protezione contro UVA e UVB.

Lo studio di Khateeb et al., 2010, condotto in un modello sperimentale di epatociti umani, è stato effettuato allo scopo di chiarire i possibili meccanismi d’azione del succo di melograno e dei suoi principali componenti polifenolici (punicalagina, acido gallico, acido ellagico). I risultati ottenuti hanno dimostrato  che il succo di melograno, la punicalagina e l’acido gallico sono in grado di indurre, da parte degli epatociti, l’espressione e la secrezione della parossonasi (PON1), enzima capace di proteggere le lipoproteine dall’ossidazione.
L’aumentata espressione dell’enzima è, almeno in parte, attribuibile all’interazione e all’attivazione dei recettori nucleari PPAR y da parte dei polifenoli.

Attività antinfiammatoria
L’olio di semi di melograno ottenuto dalla spremitura a freddo ha mostrato un’attività antifiammatoria in quanto inibisce in vitro COX-1, COX-2 e 5-LOX. In particolare, le ciclossigenasi sono state inibite del 37% mentre la lipossigenasi è stata inibita del 75%. Inoltre è stato evidenziato che anche il succo fresco induce un’ibizione del 23,8% e quindi ha un’attvità antifiammatoria (Jurenka J., 2008).
Un altro studio in vitro ha dimostrato che l’olio di semi  e il succo  di melograno possono essere usati in caso di osteoartriti, in quanto è stato verificato che il melograno possiede una significativa azione, anche, sulla metalloproteinasi della matrice (MMP), un sottogruppo di enzimi collagenasi, espressi ad alti liveli nelle articolazioni e coinvolti nel turnover, nella degradazione e nel catabolismo della matrice extracellulare. Nei condrociti femorali pretrattati con l’estratto del frutto del melograno si evidenzia un’inibizione della IL-1B che induce la distruzione dei proteoglicani, l’espressione della metalloproteinasi della matrice, la fosforilazione e l’attivazione della proteina chinasi. Ciò indica che i costituenti del melograno prevengono la degradazione del collagene e possono inibire la distruzione articolare in pazienti con osteoartriti. Inoltri recenti studi hanno dimostrato che il pretrattamento con 13,6 mg/kg di estratto abbassano l’incidenza di artrite reumatoide dei ratti (Shukla et al., 2008; Rahimi H.R et al., 2011).

Attività antitumorale
E’ stato dimostrato che gli estratti di melograno in vitro inibiscono selettivamente la crescita di tumori al seno, prostata, colon e polmone (Adhami V.M. et al., 2009). Studi preclinici su modelli animali, hanno confermato che il consumo orale di estratto di melograno ha inibito la crescita di tumori del polmone, della pelle, del colon e della prostrata.
Le frazioni fenoliche del melograno sono state valutate per la loro attività chemio-preventiva e/o comecoadiuvante per il trattamento del cancro alla mammella.
E’ stato evidenziato che i polifenoli ottenuti dal succo fermentato, a concentrazioni  tra 100 e 1000 mg/mL inibiscono il 17-b idrossisterone deidrogenasi. Le cellule del carcinoma mammario umano MCF-7 e MDA-MB-231 sono state trattate con il succo di melograno fresco e il succo fermentato. I polifenoli del succo fermentato mostrano un’attività anti-proliferativa due volte maggiori del succo fresco.
Le ricerche sperimentali hanno dimostrato che l’estratto secco di melograno inibisce la crescita delle cellule del cancro prostatico inducendo apoptosi in diverse linee di cellule del carcinoma prostatico quali le LnCap (cellule di lesione metastatica di adenocarcinoma prostatico umano) e le DU-145 (cellule di tumore prostatico) (Adhami V.M. et al., 2009). Lansky et al., 2005 hanno evidenziato che l’unione in parti uguali di succo fermentato, di estratto ottenuto dalla scorza e di olio di semi ottenuto a freddo del melograno hanno portato a una soppressione del 99% delle cellule DU-145, in matrice matrigel; in particolare l’olio di semi e il succo fermentato hanno indotto una diminuzione della proliferazione cellulare del 60% mentre la loro combinazione induce una riduzione della vitalità cellulare del 90%.
Gli effetti dell’estratto di melograno sono stati valutati anche sull’uomo; in particolare in pazienti volontari, trattati con 220 mL di succo al giorno pari a 570 mg di polifenoli; sono stati analizzati i livelli i PSA (antigene prostatico specifico). Sulla base dei risultati preliminari ottenuti in fase I, 24 pazienti sono stati valutati per 13 mesi in entrambi le fasi di prova. Di questi il 35% hanno dimostrato minori livelli di PSA con range che variano da 5 al e 80% precisamente 8,7% dei pazienti hanno avuto una riduzione dei valori PSA al 50%.
Per meglio comprendere i meccanismi molecolari coinvolti nell’attività antitumorale dell’acido ellagico sono stati valutati i livelli di espressione di proteine coinvolte nel ciclo cellulare e nel processo di apoptosi. La metilazione del DNA, catalizzta dall’enzima DNA metiltransferasi (DNMT), è considerata una modificazione post-replicativa del DNA. Tale processo è coinvolto nell’attivazione di pro-oncogeni. La metilazione interessa sequenze CpG note come “Isole CpG” localizzate  nei promotori dei geni costitutivi (Di Croce L. et al., 2002). I fenomeni epigenetici, come la metilazione del DNA, alterano l’accessibilità al genoma di molecole che regolano l’epressione genica. I tumori sono caratterizzati da una disattivazione di alcuni geni preposti al normale differenziamento cellulare e da una disattivazione di geni oncosoppressori con conseguente attivazione di alcuni pro-oncogeni. Questa disattivazione è mediata da reazioni di metilazione che interessano particolari siti promotori. In assenza di acido ellagico i livelli di espressione della proteina DNMT-1 risultano particolarmente elevati nelle cellule tumorali DU145 e LnCap rispetto alle cellule non tumorali BPH-1. Il trattamento con acido ellagico nelle cellule DU145 e LnCap ha ridotto in maniera dose dipendente i livelli di espressione di tale proteina. Tali risultati indicano una possibile attività antitumorale dll’acido ellagico (Adhami V.M. et al., 2009).
Gli effetti dell’estratto del frutto (PFE) sono stati esaminati sia in vivo che in vitro anche sul cancro al polmone.
Le normali cellulle epiteliali bronchiali (NHBE) e quelle di carcinoma polmonare A549 sono state trattate con PFE (50-150 mg/mL) per 72 ore. I risultati hanno evidenziato una significativa diminuzione di vitalità delle cellule A549, e solo una minima variazione nelle cellule  NHBE (Adhami V.M. et al., 2009).
Tali risultati indicano che il PFE  contro il cancro al polmone , gli studiosi hanno esaminato l’effetto del consumo orale di una dose di PFE somminastrata a topi con carcinoma polmonare. I topi che sono stati trattati  con PFE hanno avuto una diminuzione di tumore polmonare rispetto a quelli che sono stati trattati con solo gli agenti cancerogeni.
L’effetto dell’olio di semi di melograno è stato anche valutato nei topi affetti da cancro al colon indotto con azossimetano (AOM). La somministrazione di olio di semi di melograno nella dieta inibisce l’incidenza e la molteplicità di adenocarcinomi del colon, tuttavia una relazione tra la dose e una risposta non è stata osservata. L’inibizione è stata associata con un aumento del PPAR (peroxisome proliferato-activated receptor). Questi risultati suggeriscono gli effetti benefici del melograno contro lo sviluppo dei tumori del colon nei topi. E’ noto che l’infiammazione svolge un ruolo chiave nello sviluppo del cancro al colon. Adams et al. (2006) hanno esaminato gli effetti del succo di melograno su cellule infiammatorie, proteine di segnale HT-29, linee cellulari  del cancro al colon, con risultati che suggeriscono come esso possa svolgere yb ruolo chiave nella modulazione dei segnali infiammatori in cellule tumorali del colon.
L’olio di melograno è stato studiato, anche, per la possibile efficacia chemio-preventiva del cancro alla pelle (Adhami V.M. et al., 2009).
Per valutare l’effetto protettivo dell’estratto del melograno sull’uomo, diversi ricercatori hanno determinato l’effetto nei cheratinociti (NHEK, normal uman epidermal keratinocytes) esposti a UVB e PFE (10-40 mg/mL) per 24 ore prima dell’esposizione agli UVB (40 mJ/cm2). I risultati ottenuti hanno dimostrato che PFE inibisce, in modo dose-dipendente la fosforilazione di ERK1/2, JNK 1/2 e la proteina p38 (proteine chinasi mitogeno-attivate) (Adhami V.M. et.al., 2009).
Gli effetti protettivi dell’estratto di frutto di melograno contro i raggi UVA e UVB sono stati studiati nei fibroplasti della pelle. L’estratto a concentrazione da 5 a 60 mg/L ha dimostrato proteggere i fibroplasti dalla morte cellulare in seguito all’esposizione agli UV, ciò è stato attribuito a una ridotta attivazione del fattore pro-infiammatorio di trascrizione del NF-Kb, con una down regulation delle caspasi-3 pro-apopoptotiche, a un incremento nella fase G0/G1 e un’associata riparazione del DNA. Tuttavia solo concentrazioni più elevate (500-10000 mg/L) hanno indotto una riduzione significativa dei livelli di UV, ROS e un aumento intracellulare della capacità antiossidante.
L’esposizione degli UVA a cellule NHEK induce un aumento di STAT-3, AKT, ERK 1/2 che sono inibiti quando le cellule erano pretrattate con l’estratto di melograno (60 mg/mL) per 24 ore. I risultati ottenuti confermano gli effetti protettivi del melograno contro UVA e UVB e suggeriscono che l’estratto del frutto di melograno è un agente efficace contro i danni indotti dagli UVA e che potrebbe essere usato per la formulazione di applicazioni cutanee.

Attività antibatterica
Le infezioni delle vie urinarie sono la forma più comune di infezioni, che colpiscono le persone durante la loro vita. La patogenesi  può essere più o meno complessa e dipende da fattori comportamentali dell’ospite e dalle proprietà infettati del patogeno. Principali agenti eziologici delle infezioni urinarie sono: Escherichia coli, Candida albicans, Enterococcus faecalis, Psudomonas aeruginosa, Klebsiella pneumoniae e Proteus mirabilis.
Nonostante la varietà degli antibiotici utilizzati contro tali ceppi, insorge sempre di più la formazione di ceppi multi-resistenti.
Ciò impone la necessità di una continua ricerca di nuove sostanze. Per secoli le piante sono state “rimedi” per diverse malattie e ancora oggi possono rappresentare un “prototipo” per lo sviluppo di farmaci più efficaci e meno tossici.
Sono stati effettuati diversi test per dimostrare l’attività batterica di alcune piante, tra queste Punica granatum L. a cui è stata attribuita una spiccata attività contro Escherichia coliCandida albicans.
Uno studio ha valutato l’attività antibatterica di 17 piante medicinali (tra cui, oltre a Punica Granatum anche Andrographis paniculata, Cinnamomum cassia, Zingiber officinale, ecc.) usate nella medicina popolare delle tribu del Mahakoshai, India centrale, contro tali agenti patogeni (Sharma A. et al., 2009). Secondo i risultati l’estratto di Punica granatum  ha un ampio spettro di attività contro Escherichia coli.
Un altro studio ha dimostrato che gli estratti grezzi di Punica granatum possiedono anche un’attività antifungina  nei confronti di Candida spp. (Annibal P.C. et al., 2013).
Di rilevante noto interesse è anche la presunta attività urolitica (regolatrice dell’eleminazione delle urine e un controllo sulla sensazione di bruciore) segnalata dall’uso tradizionale degli estratti di Punica granatum. Tale attività è supportata da un unico studio effettuato su modello animale, che dovrebbe essere confermato da sperimentazioni sull’uomo (Rathod NR et al., 2012).

Conclusioni
La ricerca scientifica ha confermato la presenza di numerosi principi attivi, in particolar modo dell’acido ellagico, nei preparati estratti dalla pianta diPunica granatum L., già in parte individuati nei testi antichi di botanica medica.
I numerosi studi sperimentali hanno convalidato le proprietà fitoterapiche degli estratti di Punica granatum L. già note nelle medicine tradizionali. A tali estratti infatti sono state attribuite proprietà antiossidante, antinfiammatoria, antimicrobica e antitumorale.
Poichè lo stress ossidativo gioca un ruolo chiave nell’eziopatogenesi del cancro, sicuramente di interesse primario sarebbe confermare l’attività chemio-preventiva e/o chemioterapica attribuita all’acido ellagico. In particolare è stato evidenziato che l’acido ellagico è in grado di indurre  morte apoptotica solo nelle cellule tumorali notoriamente resistenti a questo tipo di morte cellulare. Tale selettività attribuisce all’acido ellagico una priorità funzionale che molti antiossidanti  naturali e di sintesi non posseggono. Inoltre, la presenza di più composti ad attività antiossidante all’interno di Punica granatum L. permette di considerare il suo fitocomplesso efficace e selettivo. Gli studi disponibili sulle proprietà degli estratti di melograno, e in particolare dell’acido ellagico, sono ancora limitati a studi in vitro e in vivo su modelli animali.
Anche se ancora oggi occorrono numerosi studi per capire ulteriormente i diversi meccanismi d’azione di Punica granatum L. sulle patologie neoplastiche, la sua confermata attività antiossidante garantisce il suo possibile utilizzo come chemiopreventivo e per ridurre e/o migliorare gli effetti collaterali indotti dai trattamenti chemio e radioterapici.

Università degli Studi di Catania
L’articolo rielabora la tesi di laurea in Scienze Erboristiche e dei Prodotti Nutraceutici svolta presso il Dipartimento Di Scienze Del Farmaco – Sezione Biochimica dell’Università degli Studi di Catania; relatore prof.ssa Rosaria Acquaviva.

Articolo estratto da Natural 1 Gennaio – Febbraio 2016 ANNO XVI N° 149

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